Guida semiseria per italiani a Londra – Parte 2


Eccomi qua.

Come mi ero promessa, è arrivato il momento di presentarvi i veri protagonisti di questa storia.

Non semplici colleghi: compagni di viaggio, personaggi usciti da una serie.

E, come ogni storia che si rispetti, partiamo da lui:

quello che definirei, con un certo affetto e una punta di ironia,

“The Manager of the Year”.

Il classico italiano all’estero.

Dietro la camicia sempre un po’ stropicciata e l’aria da “so tutto io”, si nascondeva un uomo che aveva vissuto mille vite.

Un passato movimentato tra Miami e Londra.

Gli anni ’60, le discoteche, i film in bianco e nero…

Ce li raccontava come se li avessimo vissuti anche noi.

Era fissato con la tecnologia, o meglio, con i cellulari.

Ogni giorno ne aveva uno nuovo, spesso importato da chissà dove.

E quando arrivavano i bills?

Si lamentava come se non fosse stato lui a parlarci per sei ore filate.

Con noi era protettivo, quasi paterno.

Ci sgridava, sì, ma poi ci copriva.

Sapeva tutto, vedeva tutto… e faceva finta di niente.

Ma se il locale era vuoto…

Oh no.

Iniziava a girare come un leone in gabbia.

Poi si piazzava davanti alla porta, e appena intravedeva qualcuno scattava come un fulmine e urlava:

“How many? How many?”

Le persone si affacciavano… e poi sparivano nel nulla.

Lui tornava indietro verso di noi, affranto,

ciondolando le braccia e con un mezzo sorriso malinconico.

Ma come fai a non affezionarti a un personaggio così?

Mary Poppins

L’altra manager.

Avrà avuto una cinquantina d’anni.

Io la chiamavo così, con affetto, perché era l’incarnazione perfetta della signora inglese:

educata, gentile, sempre con una tazza di tè tra le mani alle cinque in punto.

Parlava sottovoce, con quell’accento british così soft che spesso, lo ammetto, non capivo quasi nulla di quello che diceva.

Mi guardava con quegli occhi da cerbiatta… e almeno tre chili di mascara.

Era così buffa, ma in un modo tenero.

Per noi era come una mamma: ci dava consigli sulla salute, sull’amore…

E mi ripeteva sempre:

“You need to find a rich boyfriend, darling.”

Se vi state chiedendo se io abbia seguito il suo consiglio…

No, purtroppo.

Valdemar: lo chef (per modo di dire)

E poi c’era lui.

Lo “chef”.

Be’, chiamarlo così è forse un parolone…

Ma era il padrone indiscusso della cucina.

Valdemar era alquanto burbero, col grembiule perennemente macchiato.

Si aggirava come un’ombra sotto le scale del locale, spiava ogni nostro movimento.

Appena poteva, correva a fare la spia al boss.

E sembrava pure divertirsi.

Ah, dimenticavo: amava il vino.

E se in cucina mancava una bottiglia… beh, sappiamo dov’era finita.

Ma guai a farglielo notare.

Se oggi qualcuno ha voglia di andare a mangiare lì, niente paura:

Valdemar è solo un (traumatico) ricordo.

Ora ai fornelli c’è un vero chef italiano… e pare sia bravissimo!

Bene, siamo arrivati alla mia preferita.

Piccoletta, capelli rossi, giubbotto in pelle nera e quell’aria da grillo sempre pronto a saltare.

Quando l’ho vista entrare dalla porta per la prima volta ho pensato:

“Ok, questa promette bene.”

E non mi sbagliavo.

Con lei non ci si annoiava mai.

Disastri, risate, serate epiche, pulizie fatte a tempo record solo perché dovevamo uscire.

Il nostro motto?

“Tu chiami Sick, io prendo Off”

Eravamo la vergogna della categoria delle cameriere…

ma le più felici di tutte.

E non si sa come, o forse sì.

Eravamo anche le preferite dei manager.

Perché sì, combinavamo guai…

ma eravamo sveglie, veloci, una coppia vincente.

E anche se la vita ci ha portate lontano,

quel periodo con lei resta uno dei ricordi più belli di sempre.

Fox


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